Il mestiere dello storico per Arturo Colombo

A un anno e mezza dalla scomparsa di Arturo Colombo, abbiamo chiesto a Franco Mereghetti (che fu suo braccio destro alla Fondazione Riccardo Bauer), di delineare il suo itinerario di studioso, che ha sempre cercato – come ha lasciato scritto Colombo – "di mettere a fuoco l’attività, il ruolo, la presenza di singoli individui: fossero massicciamente presenti come un Mazzini o un Lenin, oppure fossero personaggi minori, come Sante Garibaldi o Luigi Credaro, Gaetano Mosca o Ricardo Bauer, figure altrimenti destinate a rimanere relegate in una zona d’ombra, in un dimenticatoio ingiusto”.
Un profilo a ritroso nel tempo questo di Mereghetti (dagli ultimi studi ad uno dei primi scritti, quasi sconosciuto), da cui emerge una passione inesauribile per le storie e per la storia, di cui Colombo è stato fine estensore, sempre pronto a farci intraprendere - in maniera chiara, semplice, attrattiva - quel viaggio nel passato da cui trarre le chiavi del presente. (clac)

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  • Ha scritto Marc Bloch: “L’oggetto della storia è per sua natura l’uomo. O meglio gli uomini…. La storia vuol cogliere gli uomini… Chi non vi riesce non sarà, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione. Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda!”. A questo principio Colombo si mantenne sempre fedele, e lunga è la serie di suoi volumi costituiti da raccolte di ritratti (di uomini). L’ultimo, del 2012, ci presenta ventuno personaggi, per lo più appartenenti alla storia politica italiana, ma con scorribande altrove, per toccare Gandhi, o l’Albert Einstein pacifista o le due filosofe Hannah Arendt e Simone Weil. Il ritrattista non bada alla completezza dei dati biografici. Gli può bastare un concetto, una frase, e dall’immagine-simbolo "dell’altra Italia" si ricava tutta intera la personalità di Giovanni Spadolini. Colombo fa ricorso anche alle testimonianze “orali” (risposte ad interviste condotte da lui stesso), per tre interpellati: Carlo Bo, Norberto Bobbio, Leo Valiani. Sa ricavarne risposte eterodosse. Un esempio: “Almeno per me Vittorini è sempre stato un comunista sui generis; il suo era un marxismo di cuore, non di cervello. Non credo avesse neppure letto i testi-base del marxismo, come del resto accadeva a molti altri, che come lui si dichiaravano comunisti” (Carlo Bo).
    Nella galleria di uomini o donne diversi ma tutti civilmente impegnati, può sembrare stonata la presenza di Emile Michele Cioran, “scrittore visionario e apocalittico, inquieto e inquietante”, le cui “tinte fosche” sono “in grado di far impallidire un Leopardi”. Eccone un esempio: “Ho trascinato tutti i miei sì nel fango e ormai non aderisco al mondo più di un anello al dito di uno scheletro”. Sul piano storico-politico parlare per Cioran di lontananza e disimpegno è dir poco. “Un mondo senza tiranni sarebbe altrettanto noioso di un giardino zoologico senza iene”. E, rincarando: “Se, al limite, si può anche governare senza delitti, non si può assolutamente governare senza ingiustizie”.
    Ma perché dar peso a questa “sentinella del nulla” (come è stato definito), mettendolo accanto a Riccardo Bauer, Albert Einstein, il Mahatma? Guardiamo le date. Lo scritto sul filosofo romeno è datato 2003. Colombo ha in mente “il disastro dello tsunami e i ricorrenti delitti del terrorismo”, e vi appone un giudizio di Cioran: “Anticamente c’era la paura della fine del mondo, ma ormai l’apocalisse è presente, di fatto, nelle preoccupazioni quotidiane di tutti”. Siamo proprio sicuri che abbia torto?
  • Riccardo Bauer è stato sempre al centro dell’attenzione di Colombo. A lui ha dedicato libri, molteplici scritti, interventi pubblici, iniziative di ogni tipo. II Bauer di Colombo era un “educatore civile”: aveva una “fiducia profondamente illuministica e ottimistica nelle possibilità di migliorare gli uomini, non con gli intolleranti diktat dall’alto ma attraverso la continua riforma delle leggi e, soprattutto, dei costumi”. Nato nel 1896, figlio di un commerciante boemo, Riccardo Bauer aveva partecipato convintamente alla prima guerra mondiale come ufficiale dell’esercito italiano, secondo la linea dell’interventismo democratico di Salvemini che vedeva nei due imperi, austriaco e tedesco, i veri e grandi nemici della libertà. Nell’immane conflitto Bauer ottenne onori (medaglie al valore), ma anche gravi ferite, che non guarirono mai del tutto.
    Nel dopoguerra nacque il fascismo, e subito Bauer fu contro. “L’avversione assoluta di Bauer”, scrive Colombo, “già al primissimo fascismo e alla linea mussoliniana ha radici diverse – essenzialmente morali, di principio – rispetto al no, pur altrettanto intransigente ma solo di tipo politico, che qualifica, soprattutto a sinistra, le opposizioni, dentro e fuori le aule parlamentari”. Arrestato nel 1930, insieme con Ernesto Rossi e altri del movimento “Giustizia e Libertà”, Bauer fu condannato nel 1931 a vent’anni di reclusione dal Tribunale Speciale fascista. Il seguito è noto: prigione, confino, e poi un ruolo di prima grandezza nella Resistenza romana.
    Quando, nel 1991, uscì il libro di Pavone sulla Resistenza come guerra civile, Colombo me ne parlò con ampi apprezzamenti indicandomi analogie significative tra le tesi di Pavone e alcune prese di posizione di Bauer. Questi fin dal 1961 aveva utilizzato la discussa categoria storiografica di “guerra civile”, applicata alla Resistenza; anche prima, nel 1958, sempre al pari di Pavone, aveva trattato con rispetto i combattenti della Repubblica Sociale Italiana. Non che condividesse qualche ragione della loro scelta, che riteneva profondamente sbagliata, ma in alcuni di loro trovava “sensi di nobiltà morale”. “Vogliamo considerare – scrisse Bauer – i pochi che pur vi furono, i quali alla Repubblica Sociale diedero l’opera e la vita, talvolta con disperato entusiasmo, che più nessuna luce di speranza, di successo poteva illuminare, che più nessuna elevatezza di libere mete poteva confortare. Si manifesta in essi un’esigenza etica; è un sentimento di nobiltà che li guida, il bisogno di una meta non meditata forse ma non ignobile. Non è però un paradosso dire che con ciò, appunto perciò, tanto più iniqua, stolta e corruttrice ci appare tutta l’educazione fascista. Essa ha tarpato le ali a una potenziale, ma esistente, sana capacità morale. Quei giovani sono stati resi da un’educazione bugiarda incapaci di approfondire il problema che la situazione proponeva ad ogni uomo onesto con un imperativo categorico; resi incapaci di vedere, al di là della formula, il più profondo dovere di spezzare ogni vincolo con l’alleato per schierarsi con i combattenti in nome della libertà”.
    Finita la guerra, Bauer fece parte di diritto della Consulta, un organismo che rappresentava “la ripresa della vita parlamentare democratica in attesa di una Costituzione” (sono parole dello stesso Bauer) e si impegnò con scritti e proposte nelle battaglie del Partito d’azione. Ma ben presto si defilò dalla politica e si dedicò all’Umanitaria (ne sarebbe diventato Presidente). Fu una scelta sbagliata? Colombo è sempre stato convinto sostenitore del no. “Rimango più che mai persuaso” – ha scritto ancora nei secondi anni Ottanta – “che la decisione di mettersi immediatamente a lavorare all’Umanitaria (ancora devastata dalle conseguenze dei bombardamenti aerei su Milano) per Bauer non abbia avuto altro preciso significato se non quello di dare una pronta, diretta, efficace testimonianza che senza l’educazione una democrazia non nasce, non vive, non si diffonde, non diventa costume, sostanza di solidarietà, individuale e collettiva.”
  • Lenin e Trotskij si integrano in misura non effimera, e i loro nomi – nonostante i fastidiosi divieti di certi epigoni – meritano di essere tenuti insieme a proposito del comune impegno per una rivoluzione, che non si esaurisce nei confini di una singola esperienza storica ma deve sapersi esprimere anche in termini di integrale ‘liberazione’ degli uomini da qualunque paralizzante ipoteca totalitaria. Proprio come Trotskij ha sostenuto fino in ultimo, inseguendo, magari con soverchio ottimismo, il grande, ambizioso obbiettivo: l’avvento della ragione nella sfera dei rapporti umani, prima su scala nazionale e poi mondiale”.
    A questa conclusione, dagli echi gobettiani, Colombo giunge al termine di un suo denso volume, pubblicato da Le Monnier nel 1974, dove, con ricca documentazione per lo più in lingua russa e con citazioni ad ogni passo di opinioni di altri storici, avvalendosi infine di un audace e stringente confronto tra Lenin e Trotskij, apre una strada interpretativa di grande rilievo che egli stesso, avviatosi verso altri studi, non ebbe modo di percorrere. Eppure, proprio nel 2017, cent’anni dopo la rivoluzione d’Ottobre, vale a mio avviso la pena di fare questa segnalazione, che aggiunge uno straordinario tassello al mosaico Arturo Colombo.

di Franco Mereghetti


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Dal telegramma di Carlo Azeglio Ciampi alla famiglia: "Figura di valente studioso, di maestro illustre per diverse generazioni di giovani, Arturo Colombo ha riassunto in sè le doti dell'intellettuale brillante, dell'opinionista rigoroso e chiaro insieme con il tratto signorile e garbato della persona schiva".